     p 382 .


Paragrafo 4 . Il bello.

     
La  terza  grande  opera di Kant, la Critica del  Giudizio,  prende
avvio  proprio dalla distinzione, all'interno della filosofia,  tra
attivit  teoretica (conoscenza) e attivit pratica (morale)  e  si
propone di "riunire in tutto le due parti della filosofia"(88).
     In   questo  processo  di  riunificazione  della  facolt   di
conoscere  (attivit  teoretica)  e  della  facolt  di  desiderare
(attivit  pratica) ci si accorge che c' una terza  facolt  della
mente  umana, che abbiamo gi incontrato parlando della morale:  il
sentimento del piacere e del dispiacere.
     Il  fatto  che  il piacere non possa costituire il  fondamento
etico   delle  azioni  umane  non  significa  che  esso  non  operi
costantemente  in  ciascuno di noi e che non esista  una  sfera  di
attivit  che gli  propria, a met strada fra la conoscenza  e  la
morale.
     Quando  guardando il cielo stellato non consideriamo le stelle
come  oggetto di conoscenza scientifica, ma ci limitiamo a  sentire
la  commozione  che  la loro vista suscita in  noi,  non  svolgiamo
certamente  un'attivit  teoretica e  nemmeno  ci  preoccupiamo  di
formulare  una  legge morale o di adeguarci ad essa.  Eppure,  quel
nostro  sentimento pu trovare espressione in un giudizio del  tipo
"questo cielo stellato  bello".
     
Giudizio determinante e giudizio riflettente.
     
La  Critica del Giudizio mette in evidenza una distinzione  fra  il
giudizio  dell'intelletto che conosce e il giudizio che esprime  un
sentimento.
     Il  primo  tipo   chiamato da Kant giudizio determinante.  In
esso  l'intelletto,  attraverso le categorie e  le  altre  forme  a
priori,  assume  un  dato particolare all'interno  di  un  concetto
universale;  cio  - come gi sappiamo - attribuisce  un  predicato
universale  e  necessario a un oggetto dell'esperienza  (fenomeno).
Questo  il tipico giudizio sintetico a priori, che potrebbe essere
anche chiamato giudizio
     
     p 383 .
     
     teorico; Kant lo indica qui come giudizio determinante, perch
attraverso  esso  il  soggetto determina  l'oggetto  della  propria
conoscenza.  Il  carattere universale di questo  tipo  di  giudizio
risiede nella universalit delle forme a priori del soggetto.
     Ma  -  come abbiamo accennato - non sempre, di fronte ai  dati
dell'esperienza   sensibile,   ci   impegnamo   in   un'opera    di
concettualizzazione,  di  universalizzazione   e   di   conoscenza:
talvolta  ci  fermiamo  alla  particolarit  di  quel  dato  e   al
sentimento che suscita in noi, al di fuori di ogni forma universale
predeterminata.  Nel  nostro animo ci sono  tendenze,  aspirazioni,
bisogni  profondi - come dimostra tutto il discorso kantiano  sulla
ragion  pratica  e  sulla morale -, e quindi pu  accadere  che  le
immagini  delle  nostre  aspirazioni  e  dei  nostri  desideri  "si
incontrino"  con  una particolare intuizione  sensibile  e  che  si
riflettano  nell'immagine di quella intuizione; da questo  incontro
nasce il giudizio riflettente(89).
     Nel   giudizio  riflettente  l'universalit    presunta   dal
soggetto,  nel senso che quando io vedo un'immagine che suscita  in
me  un  sentimento di piacere e dico che quella cosa " bella",  io
presumo  che anche negli altri essa susciti lo stesso sentimento  e
provochi lo stesso giudizio(90).
     
La libert nel giudizio riflettente.
     
L'incontro   fra  soggetto  e  oggetto  che  produce  il   giudizio
riflettente  avviene all'insegna della libert, al di  fuori  della
necessit dei concetti dell'intelletto; proprio perch al di  fuori
di  ogni attivit legislatrice e di ogni legge il soggetto si sente
libero. Naturalmente questo tipo di libert  diverso da quello che
agisce  nella  sfera morale: in questa la libert della  ragione  e
della  volont consiste nell'accordo con se stessa e con le proprie
leggi  universali; nel giudizio riflettente la libert del soggetto
si manifesta nell'accordo con i dati dell'esperienza(91).
     In  altre parole, ciascuno di noi, quando si rapporta al mondo
dei  fenomeni, non pu prescindere dal proprio intelletto  che  gli
detta  le  leggi che regolano quel mondo; non pu dire, ad esempio,
che  un  oggetto circolare sia quadrato, ma  libero  di  dire  che
quell'oggetto  suscita  in  lui  un  sentimento  di  piacere  o  di
dispiacere.
     L'ambito  del  giudizio riflettente  quello in cui  l'uomo  
libero nel suo rapporto con il mondo fenomenico.
     
I diversi tipi di giudizio riflettente.
     
Nel  giudizio  riflettente il soggetto si rapporta  all'oggetto  in
base  al  sentimento di piacere. Questo sentimento si manifesta  in
una  gamma  di  gradazioni,  che Kant  elenca  nel  modo  seguente:
"Rispetto al

p 384 .

sentimento  di  piacere  un  oggetto deve  essere  riportato  o  al
piacevole,  o  al  bello,  o  al sublime,  o  al  buono  (assoluto)
(jucundum, pulchrum, sublime, honestum)"(92).
     I  giudizi riflettenti relativi al bello sono chiamati da Kant
giudizi  estetici.Il giudizio rispetto al buono non   un  giudizio
riflettente,  perch "non solo pretende, ma impone il  consenso  ad
ognuno": con esso siamo nel campo della morale(93).
     
Il giudizio di gusto.
     
Il  giudizio  concernente il piacevole e il  bello    detto  anche
giudizio di gusto.
     Per  quanto  riguarda il piacevole il giudizio  ha  un  valore
strettamente  personale  e  nessuna  pretesa  di  universalit:  se
qualcuno afferma che gli piace il vino delle Canarie non vuol  dire
che  quel  vino debba piacere a tutti; e cos per alcuni il  colore
della violetta  dolce e amabile, per altri  cupo e smorto. Per il
piacevole vale il principio: ognuno ha il proprio gusto.(94).
     "Per  il  bello la cosa  del tutto diversa. Sarebbe ridicolo,
se  uno  che si rappresenta qualche cosa secondo il proprio  gusto,
pensasse   di  giustificarsene  in  questo  modo:  questo   oggetto
(l'edificio  che vediamo, l'abito che quegli indossa,  il  concerto
che  sentiamo,  la poesia che si deve giudicare)   bello  per  me.
Perch  egli  non deve chiamarlo bello, se gli piace semplicemente:
molte cose possono avere per lui attrattiva e vaghezza; questo  non
importa  a nessuno; ma quando egli d per bella una cosa,  pretende
dagli  altri  lo stesso piacere; non giudica solo per  s,  ma  per
tutti,  e  parla  quindi della bellezza come se fosse  una  qualit
della cosa"(95).
     
Il sublime.
     
Nel  piacevole e nel bello c' un incontro armonico tra  l'immagine
che  si presenta al soggetto e le aspettative di questi: se  da  un
vino io mi aspetto un certo aroma, una gradazione particolare,  una
corposit  di  un  certo tipo, e cos via,  e  trovo  tutte  queste
caratteristiche  nel  vino delle Canarie, dir  che  quel  vino  mi
piace;  cos,  se  penso  che un edificio  debba  essere  costruito
rispettando   certe  regole  e  proporzioni  e  usando  particolari
materiali, quando vedo un edificio di quel tipo posso dire che esso
  bello.  In  entrambi  i casi gli oggetti  delle  mie  sensazioni
rispondono alle mie aspettative e per questa rispondenza  io  provo
piacere.
     Ma  pu  darsi il caso che una manifestazione della natura  mi
provochi  un sentimento di piacere pur non corrisponendo  alle  mie
aspettative, anzi contrastando con esse. Posso pensare e aspettarmi
una  cosa  grande  e trovarmi di fronte a qualcosa di  infintamente
grande,  di  una  grandezza che supera ogni mia  aspettativa;  come
posso avere l'aspettativa di una cosa potente e dovermi confrontare
con  qualcosa  di  straordinariamente potente. In  questi  casi  il
sentimento che io provo non  dovuto
     
     p 385 .
     
     all'accordo  tra  fenomeno e aspettativa, ma,  anzi,  al  loro
contrasto. Questo - dice Kant -  il sentimento del sublime(96).
     All'interno del sentimento del sublime si deve distinguere tra
sublime matematico e sublime dinamico.
     Il sublime matematico si riferisce alla grandezza: "Sublime  
ci  al  cui confronto ogni altra cosa  piccola"(97). Ma, si  badi
bene,  questo sentimento non nasce nel momento in cui si affrontano
i  fenomeni  con  lo spirito dello scienziato: il telescopio  e  il
microscopio  -  oserva Kant - ci hanno abituato  ad  aspettarci  di
vedere  l'infinitamente grande e l'infinitamente piccolo,  per  cui
niente  di  ci che cade sotto i sensi potrebbe dirsi  sublime;  il
sentimento  del  sublime  nasce da un atteggiamento  del  soggetto,
dalla sua possibilit di andare al di l(98).
     Guardando il cielo stellato con il telescopio e osservando  la
stella pi lontana, non mi stupisce la grandissima distanza che  mi
separa da quella stella, ma il fatto che posso pensare una distanza
infinitamente  pi  grande: "Sublime  ci che,  per  il  fatto  di
poterlo   anche  solo  pensare,  attesta  una  facolt   dell'animo
superiore ad ogni misura dei sensi"(99).
     Intorno  a  noi  vediamo una natura potente, contro  la  quale
siamo incapaci di opporre la bench minima forma di resistenza;  di
fronte alla potenza della natura spesso ci assale il sentimento del
timore.
     "Le  rocce che sporgono audaci in alto e quasi minacciose,  le
nuvole di temporale che si ammassano in cielo tra lampi e tuoni,  i
vulcani  che  scatenano tutta la loro potenza distruttrice,  e  gli
uragani  che  si  lascian dietro la devastazione, l'immenso  oceano
sconvolto  dalla tempesta, la cataratta di un gran fiume, eccetera,
riducono  ad  una  piccolezza insignificante il  nostro  potere  di
resistenza,  paragonato con la loro potenza.  Ma  il  loro  aspetto
diventa  tanto pi attraente per quanto pi  spaventevole,  se  ci
troviamo  al sicuro; e queste cose le chiamiamo volentieri sublimi,
perch  esse  elevano  la  forza  dell'anima  al  di  sopra   della
mediocrit ordinaria, e ci fanno scoprire in noi stessi una facolt
di  resistere  interamente diversa, la quale ci d il  coraggio  di
misurarci con l'onnipotenza della natura"(100).
     
     p 386 .
     
Il giudizio teleologico.
     
"Tutto   nel   mondo    utile  a  qualche  cosa,   niente   esiste
invano"(101). Questa considerazione - che  quasi un luogo comune -
non  ha  niente  di  scientifico, non pu essere  il  frutto  della
facolt  di  conoscere e nemmeno dell'attivit  legislatrice  della
ragione  in campo pratico; essa  semplicemente espressione  di  un
sentimento.
     Quando  guardiamo  al mondo della natura per  conoscerlo,  non
possiamo trovare in esso altro che le leggi dell'intelletto che  vi
abbiamo  posto  e  che  hanno assunto la funzione  di  leggi  della
natura: queste leggi non possono essere altro che di tipo meccanico
(causalit  meccanica):  date cio certe cause  ne  derivano  certi
effetti.  L'erosione per l'azione delle acque e  il  trasporto  dei
materiali  erosi  verso il mare provoca un accrescimento  di  terra
lungo  la  costa.  Questo    un  esempio  del  meccanicismo  della
natura(102).
     Nella   natura  esiste  quindi  una  attivit:  gli   elementi
naturali, l'acqua, il vento, il Sole, e cos via, agiscono. Ora, se
noi  consideriamo l'agire degli uomini, vediamo che ogni azione  ha
uno  scopo: tralasciando valutazioni di tipo etico, lo scopo  delle
azioni umane  l'utilit(103).
     Quando  diciamo  che  tutto nel mondo serve  a  qualche  cosa,
trasferiamo  alle  azioni  della natura  il  principio  finalistico
dell'agire umano, come se gli elementi naturali avessero uno scopo.
In  questo  modo  instauriamo una analogia tra il mondo  soggettivo
dell'uomo  e  quello  dei  fenomeni  naturali.  L'analogia  non   
riconducibile - come abbiamo detto - n al giudizio determinante n
all'imperativo morale, ma al giudizio riflettente: si  tratta  cio
di  cogliere  nel manifestarsi dei fenomeni una corrispondenza  con
una nostra soggettiva aspettativa(104).
     La  visione  di  una  attivit  naturale  in  una  prospettiva
finalistica    una forma particolare di giudizio  riflettente  che
Kant   chiama  giudizio  teleologico  (dal  greco  tlos,   "fine",
"scopo").
     Il   giudizio   teleologico   non  svolge   nessuna   funzione
"costitutiva",  cio  organizzatrice  della  materia  offerta   dai
fenomeni naturali, ma solo una funzione "regolativa": offre cio un
ulteriore punto di vista dal quale considerare la natura; ma questo
nuovo  punto di vista non interferisce assolutamente con l'attivit
conoscitiva dell'intelletto(105).
     Da  questo  nuovo  punto di vista  possibile  considerare  la
natura   in  una  dimensione  pi  ampia  di  quella  rigorosamente
scientifica,  e rispondente a un bisogno dell'uomo,  che  si  sente
cos  inserito  in un sistema di fini. "Noi vogliamo dire  soltanto
questo:  che  dal  momento che nella natura  abbiamo  scoperto  una
facolt di formare prodotti, che possono essere pensati da noi solo
secondo il concetto
     
     p 387 .
     
     delle  cause  finali, noi andiamo oltre e  possiamo  giudicare
come  appartenenti ad un sistema di fini anche quelle  cose  (o  il
loro  rapporto,  sebbene finale), che non rendono  necessario,  per
spiegare la loro possibilit, il cercare un altro principio  al  di
l del meccanismo delle cieche cause efficienti"(106). Per spiegare
l'erba di un prato  sufficiente pensare ai semi che vi sono caduti
e  all'azione del Sole e della pioggia che li ha fatti germogliare;
ma  possiamo anche pensare che "l'erba esista per il bue o  per  la
pecora" e che "questi animali e le altre cose della natura esistano
per  gli  uomini"(107).  Possiamo  andare  al  di  l  della  causa
efficiente  e  meccanica e pensare - se siamo dotati  dello  stesso
ottimismo che dimostra di avere Kant - che i pidocchi e i parassiti
costituiscano   uno   stimolo  alla   pulizia   e,   quindi,   alla
conservazione della salute; che le zanzare delle paludi  servano  a
spingere gli uomini a bonificarle e a rendere produttivo un terreno
fino  ad  allora incolto; che gli incubi notturni, con l'agitazione
che  provocano, favoriscano la digestione di chi  andato  a  letto
con lo stomaco pieno(108).
     Kant,  per, insiste continuamente sul fatto che non si  debba
confondere  la  teleologia con la fisica: non si  deve  minimamente
mischiare  "ai nostri princpi di conoscenza qualche cosa  che  non
appartiene   per   niente  alla  fisica"(109).  Con   il   giudizio
teleologico si attribuisce alla natura una intenzionalit, si parla
addirittura di "saggezza, economia, preveggenza, beneficenza  della
natura", pur sapendo che nessuno pu attribuire una intenzione alla
materia inanimata: l'intenzione di cui si parla "significa solo  un
principio    del   giudizio   riflettente,   non    del    giudizio
determinante"(110).
     Questo  spazio pi ampio che il giudizio riflettente  consente
all'uomo nel suo rapporto con la natura - vedendo in essa un  agire
intenzionale - non deve portarci a "mettere al di sopra di essa  un
altro  essere  intelligente,  come  artefice,  perch  ci  sarebbe
temerario [vermessen]"(111).
     Si deve fare molta attenzione - scrive Kant - a non confondere
teleologico   con   teologico:  "Non  si  deve   considerare   come
insignificante  lo  scambiare quell'espressione  [teleologico]  con
l'altra  di  uno  scopo  divino [teologico] nell'ordinamento  della
natura o darla come pi appropriata ad un'anima pia, giacch infine
si  dovrebbe sempre arrivare alla deduzione di quelle forme  finali
della   natura  da  un  saggio  creatore  del  mondo;  ma   bisogna
scrupolosamente  e  modestamente limitarsi a quell'espressione  che
non  dice pi di quello che sappiamo, cio all'espressione di  fine
naturale"(112).
